Tania Terrin, la denuncia da sola non basta, serve una rete di protezione integrata

Bologna, 20 agosto 2026

COMUNICATO STAMPA

Tania Terrin, la denuncia da sola non basta, serve una rete di protezione integrata

Il Coordinamento dei Centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna interviene sui recenti femminicidi. Si impone una riflessione urgente sull’efficacia degli strumenti di prevenzione, sulla valutazione del rischio e sulla capacità della rete istituzionale e territoriale di intervenire tempestivamente nelle situazioni di maggiore pericolosità.

Il femminicidio di Tania Terrin, il sesto dall’inizio del mese di agosto, richiama con drammatica urgenza l’attenzione sulla necessità di analizzare in modo approfondito il contesto nel quale maturano i femminicidi e sulle eventuali criticità della rete di protezione.

Quanto riportato sulla stampa,  ci impone  una riflessione seria sull’efficacia degli strumenti di prevenzione e tutela e sulla capacità delle istituzioni di intervenire tempestivamente nelle situazioni ad alto rischio.

Dino Keber, aveva alle spalle precedenti denunce per violenza, episodi di stalking, minacce di suicidio e aveva messo in atto almeno un tentativo di strangolamento. Eppure, il provvedimento adottato nei suoi confronti risulta essere stato solo  un ammonimento del questore.

Dobbiamo chiederci se tutti i segnali di rischio siano stati correttamente riconosciuti, valutati e affrontati e se la risposta del sistema di protezione sia stata adeguata alla gravità della situazione.

In queste ore, inoltre, leggiamo sulla stampa e sui social, commenti  inaccettabili: la colpevolizzazione della vittima. Tania Terrin viene giudicata perché, secondo alcune ricostruzioni, «lo perdonava». Ma è necessario ribadire con chiarezza: il comportamento della vittima non può mai diventare una giustificazione  della violenza subita, né tantomeno una responsabilità per la violenza agita contro di lei.

Le dinamiche della violenza di genere sono spesso caratterizzate da controllo, manipolazione, minacce, aggressioni e apparenti fasi di riconciliazione.

Le oscillazioni emotive delle donne che subiscono violenza — dalla minimizzazione del pericolo alla determinazione di interrompere la relazione, fino ai sentimenti di colpa, alla paura o alla speranza di un cambiamento — non possono e non devono essere interpretate come elementi che  riducono la credibilità o la gravità della violenza. Sono spesso parte integrante della condizione di violenza e rappresentano, in molti casi, un tentativo di sopravvivere all’interno di una relazione segnata dal controllo e dal pericolo.

La commissione sul femminicidio presieduta da Valeria Valente, nella scorsa legislatura, aveva evidenziato come nella quasi totalità dei casi in cui una donna era stata uccisa, i centri antiviolenza non erano stati coinvolti. Sono presidi fondamentali nei percorsi delle donne. Le operatrici collaborano con le avvocate, con i servizi territoriali e con l’intera rete di protezione, e possono monitorare l’evoluzione delle situazioni di pericolo, sostenere le donne dopo la denuncia e contribuire alla costruzione di percorsi concreti di autonomia e sicurezza. E ospitare le donne  nelle case rifugio, quando è necessario. È fondamentale  investire nella formazione, nel coordinamento tra istituzioni e centri antiviolenza, nella valutazione del rischio e nel rafforzamento delle risorse destinate alla prevenzione e alla protezione.

Non basta sollecitare le donne a denunciare. Quando una donna decide di chiedere aiuto o manifesta la propria paura, intorno a lei deve attivarsi immediatamente una rete capace di ascoltarla, riconoscere la violenza e fornire risposte concrete ed efficaci. Nessuna vittima di violenza deve essere lasciata sola.

Referente per la stampa:

Nadia Somma Caiati

Ufficio Stampa Coordinamento dei Centri Antiviolenza dell’Emilia-Romagna