{"id":56,"date":"2015-10-12T16:53:43","date_gmt":"2015-10-12T14:53:43","guid":{"rendered":"https:\/\/centriantiviolenzaer.wordpress.com\/?page_id=56"},"modified":"2015-10-12T16:53:43","modified_gmt":"2015-10-12T14:53:43","slug":"gruppo-metodologia-nelle-case-rifugio","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.centriantiviolenzaer.it\/index.php\/gruppi-di-lavoro\/gruppo-metodologia-nelle-case-rifugio\/","title":{"rendered":"Gruppo Metodologia nelle case rifugio"},"content":{"rendered":"<h3 style=\"text-align:justify;\">\u00a0<span style=\"text-decoration:underline;\">Premessa storica: <\/span><\/h3>\n<p style=\"text-align:justify;\"><strong>Il Sottogruppo sulla metodologia nelle Case rifugio nasce all\u2019inizio del 2009, in modo occasionale ma fortunato, dal bisogno di SOS Donna di Faenza di attivare una struttura di ospitalit\u00e0.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align:justify;\"><strong>Antonella Oriani, presidente di SOS Donna, chiese che quei centri dell\u2019Emilia-Romagna che da tempo avevano avviato un servizio di Ospitalit\u00e0 si incontrassero con operatrici di Faenza per mettere in comune i punti pi\u00f9 importanti della loro metodologia e prassi concreta.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align:justify;\"><strong>Mentre in questa scelta di SOS Donna si pu\u00f2 ravvisare il valore di un forte riconoscimento delle competenze e delle diverse esperienze maturate alle quali si \u00e8 di fatto attribuita una funzione \u201cformativa\u201d, d\u2019altro canto il confronto che ne \u00e8 derivato ha assunto nel tempo, per tutte le partecipanti, la valenza di una vera e propria \u201cautoformazione in itinere\u201d.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align:justify;\"><strong>E\u2019 nato cos\u00ec quello che poi \u00e8 stato battezzato \u201cSottogruppo Metodologia nelle Case Rifugio\u201d costituito da operatrici e volontarie rappresentanti dei centri di Reggio, Modena, Bologna, Ferrara, Parma, Ravenna, Faenza.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align:justify;\"><strong>Fin dall\u2019inizio, raccontandosi e mettendo in comune i primi materiali (relativi per esempio ai regolamenti delle Case, alla gestione dell\u2019emergenza, alle convenzioni, ecc.) il gruppo ha apprezzato la ricchezza del confronto: infatti, la rilettura collettiva dei cardini metodologici si \u00e8 presto intrecciata con la riflessione sulla valenza politica del nostro operare; passaggio di cui ciascuna ha avvertito il grande valore.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align:justify;\"><strong>Le componenti del gruppo hanno espresso con agio le loro diverse esperienze, i vissuti che le hanno accompagnate e i vari modi di coniugare ideale politico e limiti, a volte anche molto gravosi, imposti dalla realt\u00e0.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align:justify;\"><strong>Proprio perch\u00e9 impegnato nella riflessione sulla metodologia e sulla sua valenza politica, il gruppo ha sentito l\u2019esigenza di riflettere e di prendere posizione sugli adeguamenti imposti dalla Direttiva regionale in materia di accoglienza in comunit\u00e0 di bambini e ragazzi relativa all\u2019accreditamento (Delibera regionale 846 del giugno 2007) e di dare il proprio contributo in merito a questioni ritenute cruciali sul piano metodologico e politico.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align:justify;\"><strong>Il gruppo, nato per rispondere a un bisogno specifico, si \u00e8 via via configurato come uno spazio di elaborazione e riflessione condivisa, in cui produrre un pensiero aperto particolarmente significativo per chi corre il rischio di sentirsi schiacciato dalle incombenze della operativit\u00e0 quotidiana.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align:justify;\"><strong>Il lavoro di questi due anni si \u00e8 concretizzato nella costruzione di un questionario che, fotografando la realt\u00e0 di ogni centro, consente di evidenziare affinit\u00e0 e differenze da cui partire per successivi approfondimenti. In ogni tematica affrontata, grazie al reciproco riconoscimento, le differenze, lungi dall\u2019essere percepite come un ostacolo, sono state utilizzate come un valore e hanno sollecitato nuove domande, domande che sono la \u201cmiccia\u201d della riflessione che il gruppo si propone di continuare nel 2011.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align:justify;\"><strong>Alcune tematiche individuate per il lavoro nel 2011 sono:<\/strong><\/p>\n<ul style=\"text-align:justify;\">\n<li><strong>l\u2019autonomia: come la intendono le donne e come la intendiamo noi<\/strong><\/li>\n<li><strong>la gestione del danaro e le sue implicazioni nel rapporto tra donna e operatrice<\/strong><\/li>\n<li><strong>differenze nell\u2019organizzazione dei centri e le loro ricadute nel rapporto con le donne e\u00a0<\/strong><strong>tra le donne<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<ul style=\"text-align:justify;\">\n<li><strong>il rapporto dei centri coi Servizi Sociali e con le Forze dell\u2019Ordine<\/strong><\/li>\n<li><strong>le convenzioni<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p><strong>(aprile 2011)<\/strong><\/p>\n<div class=\"page\" style=\"text-align:justify;\" title=\"Page 1\">\n<div class=\"layoutArea\">\n<div class=\"column\">\n<h4><span style=\"text-decoration:underline;\">Riflessione del sottogruppo metodologia delle case rifugio sul tema dell\u2019 autonomia:<\/span><\/h4>\n<p><strong> (quale significato assume questo termine per le donne che sono ospitate al Centro, come lo intendono le operatrici e quanto queste visioni coincidano; quanta autonomia le operatrici sentano di avere nei propri centri antiviolenza e quanto i centri stessi possano dirsi autonomi nei rapporti con i Servizi Sociali e con gli altri soggetti istituzionali o della \u201crete\u201d)<\/strong><\/p>\n<p><strong>L\u2019idea di autonomia alla quale le operatrici fanno riferimento nella relazione con le donne accolte, inevitabilmente a partire da s\u00e9 non sempre coincide con quello che le donne stesse hanno. Riconoscere e gestire questo \u201cscarto \u201c che ha evidenti ricadute sull\u2019andamento del percorso della donna e pu\u00f2 complicare molto il rapporto con lei, pu\u00f2 essere molto faticoso e frustrante. Dell\u2019autonomia vengono identificate due componenti che spesso non vanno di pari passo e frenano le donne nel percorso di uscita dalla violenza: una prima dimensione, pi\u00f9 concreta, ha a che fare con il recupero di abilit\u00e0 o capacit\u00e0 temporaneamente abbandonate o con l\u2019acquisizione di competenze nuove, competenze concretamente spendibili che si possono \u201capprendere con l\u2019allenamento\u201d, l\u2019esperienza e se serve qualche facilitazione messa in campo dalle operatrici come parlare l\u2019italiano, muoversi coi mezzi pubblici, fare una domanda di lavoro, portare i figli a scuola, etc. ed una seconda dimensione, pi\u00f9 interiore, che ha che vedere con l\u2019intimo di ognuna e sostiene le donne nel portare avanti un percorso di \u201cricostruzione e libert\u00e0 dalla violenza\u201d consentendo loro di perseguirlo con tenacia anche a costo<\/strong> <strong>di sacrifici importanti (come ad esempio accettare lavori pesanti, che non piacciono o non riconoscono la formazione e il valore professionale delle donne ma che permettono di essere autonome ed indipendenti e che per questo valgono la pena di essere portati avanti); attiene al rileggersi a partire da s\u00e9, legittimarsi, sentirsi \u201clibera di\u201d, la capacit\u00e0 di fare scelte responsabili e di vedere in s\u00e9 delle possibilit\u00e0, di sentirsi in grado di fare e di \u201cessere intere\u201d anche fuori dal ruolo di \u201cmoglie o compagna di\u201d.<\/strong><\/p>\n<p><strong>E\u2019 emerso che il lavoro con le donne, oltre al raggiungimento di quella \u201cautonomia concreta \u201c per altro sempre pi\u00f9 difficile da realizzare sia per il momento socio-storico che stiamo vivendo sia perch\u00e9 in molte situazioni le risorse a disposizione sono davvero poche, dovrebbe centrarsi soprattutto sul ricostruire e accrescere l\u2019autonomia interiore, sul promuovere una riflessione e un pensiero, una maggiore assertivit\u00e0 poich\u00e8 senza questo passaggio anche le conquiste concrete possono tradursi in un \u201cfare mio malgrado\u201d sterile o \u201cobbligatorio\u201d, che non restituisce energia ma diventa difficile da portare avanti nel tempo.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Certo \u00e8 che i risultati concreti aiutano il percorso di ricostruzione interiore che ogni donna deve compiere mentre gli insuccessi spesso alimentano sentimenti di \u201cfallimento e impotenza\u201d fino a mettere in dubbio l\u2019opportunit\u00e0 della scelta d\u2019allontanamento operata. Considerando che siamo un centro antiviolenza, un passaggio temporaneo nella vita di una donna, un luogo di protezione dal quale ripartire con qualche sentimento e strumento in pi\u00f9 e visto il livello d\u2019emergenza in cui spesso si lavora, una delle conseguenze sta nel rischio che le operatrici tendano a spendersi nel lavoro con le donne con l\u2019obiettivo di ottenere insieme a loro principalmente risultati pratici, letti come una \u201cgaranzia\u201d e un \u201csuccesso\u201d per e nel lavoro con le donne stesse.<\/strong><\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"page\" title=\"Page 2\">\n<div class=\"layoutArea\">\n<div class=\"column\">\n<p style=\"text-align:justify;\"><strong>Anche nelle case di ospitalit\u00e0 diventa fondamentale promuovere l\u2019autonomia, il fare da s\u00e9 nell\u2019organizzare il quotidiano, la gestione del proprio spazio, del budget settimanale a disposizione per la sussistenza, aspetti che sembrano mal conciliarsi con la dimensione del controllo da parte delle operatrici, un controllo che per\u00f2 diventa spesso \u201ccontenimento\u201d necessaria in particolare nelle prime fasi dell\u2019ospitalit\u00e0, quando la donna pu\u00f2 essere \u201cdisorientata\u201d per il passaggio dalla pi\u00f9 totale dipendenza-prigionia ad una dimensione in cui la sua facolt\u00e0 di scegliere \u2013 fare &#8211; decidere viene riconosciuta e sollecitata. E\u2019 decisivo lavorare sugli aspetti della fiducia che si crea tra ospiti ed operatrici, richiamandosi al patto iniziale che impegna la donna e noi, utilizzando il colloquio per esplicitare e sciogliere quei nodi che mai si risolverebbero attraverso forme di \u201ccontrollo punitivo\u201d .<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align:justify;\"><strong>In particolare all\u2019inizio di un\u2019ospitalit\u00e0 in casa rifugio, il rapporto con il Centro viene spesso simbolicamente vissuto dalla donna all\u2019insegna di una quasi totale dipendenza: \u00e8 l\u2019operatrice che avvia o facilita i contatti con la rete esterna, eroga il sussidio, ascolta, raccoglie e cerca di dare risposte ai primi bisogni della donna&#8230;compie una serie di azioni \u201crisolutive\u201d che rischiano farla apparire agli occhi della donna, onnipotente.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align:justify;\"><strong>Ma proprio l\u2019obiettivo di riprendere in mano se stesse e la propria vita, impone la costruzione e il mantenimento della giusta distanza tra l\u2019operatrice e la donna. E\u2019 difficile ma assolutamente necessario porre attenzione a quest\u2019aspetto: il nostro lavoro di sostegno, centrato sulla relazione che n\u2019\u00e8 premessa e strumento, se non \u00e8 adeguatamente calibrato e valutato, pu\u00f2 avere come esito una diversa forma di dipendenza, dalla dipendenza dal partner violento e maltrattante alla dipendenza dal Centro antiviolenza che incarna inizialmente la proiezione di \u201connipotenza\u201d dalla quale le donne ritengono di essere salvate.<\/strong><\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00a0Premessa storica: Il Sottogruppo sulla metodologia nelle Case rifugio nasce all\u2019inizio del 2009, in modo occasionale ma fortunato, dal bisogno di SOS Donna di Faenza di attivare una struttura di ospitalit\u00e0. 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