Quello di Milena Vitanova è un femminicidio!

Bologna, 12 maggio 2026

COMUNICATO STAMPA

Quello di Milena Vitanova è un femminicidio!

Non sono le fragilità della vittima a spiegare la violenza maschile che colpisce spesso le donne più vulnerabili.

Le dichiarazioni rese da Grazia Pradella, Procuratrice della Repubblica di Piacenza, in relazione a quello che per il Coordinamento dei Centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna è, a tutti gli effetti, un femminicidio, suscitano forte preoccupazione sul piano culturale, politico e giuridico.

Abbiamo appreso dalla stampa che Hako Vitanov non sarà rinviato a giudizio per il femminicidio di Milena Vitanova, avvenuto il 9 maggio scorso, ma per omicidio aggravato. La Procura ritiene che il crimine sia maturato in un contesto di “disperazione” e di “comportamenti disturbanti e disturbati connessi alla morte di un figlio” . Ci troviamo davanti, ancora, come accadde per il femminicidio di Sofia Stefani, ad un mancato riconoscimento del fenomeno della violenza maschile contro le donne.

“Escludere la ricorrenza del paradigma del femminicidio richiamando presunte fragilità psicologiche, dipendenze o comportamenti problematici della donna uccisa rischia – spiega Clarice Carassi, avvocata e consigliera del Coordinamento – di spostare l’attenzione dal movente dell’autore della violenza alle condizioni personali della vittima, producendo una sorta di rimozione di un problema culturale che è alla radice di una violenza. Una violenza che non a caso, nelle relazioni familiari colpisce in maniera spropositata le donne”.

Le narrazioni che insistono sulla “disperazione familiare” o sulle difficoltà della vittima, costituiscono una lettura distorta della violenza perché cercano le ragioni del delitto nelle condotte della donna invece che cercarle nella scelta dell’uomo. La presenza di dipendenze, disagio psichico, instabilità emotiva o relazioni conflittuali non escludono le eventuali dinamiche di dominio o sopraffazione all’interno della relazione. Anzi, molte analisi sulla violenza domestica evidenziano come condizioni di fragilità personale possano essere aggravate o alimentate proprio da contesti relazionali violenti, coercitivi o umilianti.

Anche il riferimento a una “disperazione familiare” richiede cautela. Comprendere il contesto sociale o relazionale di un delitto è certamente compito dell’indagine giudiziaria; tuttavia, quando la narrazione enfatizza la sofferenza dell’autore o la problematicità della vittima, si rischia di oscurare la dimensione strutturale della violenza contro le donne e di neutralizzare il significato di dominio, sopraffazione o misoginia che i femminicidi esprimono.

Il femminicidio non può essere negato sulla base della conformità o meno della vittima a un modello stereotipato di donna “irreprensibile”, equilibrata o socialmente accettabile. Le donne non devono essere vittime perfette per vedere riconosciuta la matrice culturale di un fenomeno che in Italia causa una donna uccisa ogni quattro giorni. “Escludere una preordinata deliberazione dell’autore di violenza – conclude la consigliera Clarice Carassi – rispetto ad un gesto connesso alla condotta della donna, ha il valore di renderla corresponsabile. E’ inaccettabile perché questa inversionelogico-giuridica non la rinveniamo in nessun’altra fattispecie di reato se non appunto in quelli di genere”.

Riteniamo pericolosa questa lettura perché trasforma la sofferenza della vittima in una narrazione capace di cancellare le radici dell’odio e della violenza che la colpiscono.

Referente per la stampa:

Laica Montanari

Presidente Coordinamento dei Centri Antiviolenza dell’Emilia-Romagna