25 NOVEMBRE: I CENTRI ANTIVIOLENZA TRA OSTACOLI E BUONE PRASSI

Lunedì 25 novembre 2019

I CENTRI ANTIVIOLENZA TRA OSTACOLI E BUONE PRASSI

Il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna diffonde i dati di monitoraggio relativi al 2019 e riflette su difficoltà e punti di forza nel lavoro di contrasto alla violenza

In occasione del 25 Novembre – Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna diffonde i dati di monitoraggio sulla violenza in regione relativi al 2019 (al 31 ottobre) e riflette sulle criticità e sulle buone pratiche relative a quest’ultimo anno di attività.

Quali sono le principali difficoltà che deve affrontare un centro antiviolenza oggi? Quali i punti di forza? Le esperienze raccolte dai 14 centri antiviolenza che aderiscono al Coordinamento testimoniano che la strada è ancora in salita, anche se non mancano novità positive e passi avanti.

Le principali difficoltà, a livello nazionale, restano quelle economiche: dal recente monitoraggio condotto da ActionAid sui Fondi statali antiviolenza dal 2015 al 2019, previsti dalla legge 119/2013, emergono gravi ritardi nell’assegnazione e nello stanziamento delle risorse. 

In Emilia-Romagna, nel quadro del contesto nazionale, si registra una situazione più favorevole che altrove: a distanza di tre anni dall’emanazione del decreto di ripartizione (25 novembre 2016), l’Emilia-Romagna è infatti una delle quattro Regioni (insieme a Friuli-Venezia Giulia, Lazio e Valle d’Aosta) ad aver trasferito agli enti gestori di case rifugio e centri antiviolenza l’intera quota di fondi assegnata. Si riscontrano, tuttavia, delle difficoltà.

Il centro SOS Donna Onlus di Faenza sottolinea che non sarebbe possibile portare avanti buona parte delle attività del centro senza il lavoro gratuito delle tante operatrici volontarie.

Anche la Casa delle donne contro la violenza di Modena denuncia che, a fronte di un aumento delle donne che si rivolgono al centro, non si rileva una chiara intenzione da parte delle istituzioni di fornire un supporto economico coerente e adeguato; al contrario, i messaggi rispetto alla prossima convenzione paventano riduzioni o al massimo un mantenimento.

Alle difficoltà economiche dei centri si aggiungono quelle che toccano direttamente le donne impegnate in percorsi di uscita dalla violenza: SOS Donna Onlus di Faenza registra un aumento, negli ultimi anni, di donne che hanno grossi problemi a livello economico dovuti al mancato pagamento degli alimenti da parte dell’ex marito. Altri centri, come quello di Modena, sottolineano le difficoltà delle donne a trovare lavoro e il problema della penuria di soluzioni abitative.

Altro aspetto di forte criticità, che emerge dalla testimonianza di Nondasola, il centro di Reggio Emilia, è legato alle risposte del “sistema giustizia” alle donne:  procedimenti, non solo penali ma anche civili, dai tempi lunghissimi e che vedono sempre più spesso richieste di “valutazione della genitorialità” delle donne, rivelando un orientamento che implicitamente sembra dar credito alla PAS (la supposta “sindrome da alienazione parentale”, disconosciuta dalla maggioranza della comunità scientifica e legale internazionale).

Quello che emerge con forza è l’importanza fondamentale della rete nel lavoro dei centri antiviolenza: ancora oggi la velocità ed efficacia del percorso della donna di uscita dalla violenza dipende dal fatto che l’interlocutore, per esempio dei servizi sociali o delle Forze dell’ordine, sia “sensibile” e formato sul tema.

Su questo punto le esperienze dei centri sono diverse e dipendono dal contesto e dal territorio: la Casa delle donne contro la violenza di Modena dichiara di riscontrare resistenze a partecipare alle formazioni (sempre gratuite) e che i protocolli fatti con le FFOO in passato diventano facilmente carta morta a causa del turnover continuo e della difficoltà a trovare referenti interessati a collaborare in modo stabile e strutturato. Al contrario la collaborazione con le strutture sanitarie di Modena è efficace e positiva.

Nell’operato di un centro antiviolenza, lo stretto lavoro di collaborazione con tutti i soggetti della rete antiviolenza territoriale è un punto cardine e contribuisce a sostenere concretamente le donne. A questo proposito il centro di Rimini, Rompi il silenzio Onlus, sottolinea l’importanza della sua collaborazione con la Prefettura, che ha coordinato numerosi tavoli di lavoro che porteranno alla stesura di un documento di linee guida per raccordare tutte le attività nei casi di emergenza. Nella stessa ottica, è un punto di forza il tavolo di lavoro tra il centro e la Tutela Minori, per la gestione congiunta di ospiti minori.

Infine, i centri aderenti al Coordinamento aggiungono, tra le note positive, l’interesse e la partecipazione che negli ultimi tempi ricevono dalla società civile: associazioni, donne e uomini singoli, insegnanti, che sempre più chiedono di entrare in relazione con il centro antiviolenza, di dare un contributo, anche nella raccolta fondi. Aumentano anche le richieste, da parte di donne e ragazze, per diventare volontarie. La Casa delle donne contro la violenza di Modena dichiara di non aver mai ricevuto tante richieste per il volontariato come negli ultimi due anni. 

Dunque, fra vecchie e nuove difficoltà, grazie anche al sostegno dall’esterno e a un efficace lavoro di rete, i centri antiviolenza continuano a lavorare per contrastare un fenomeno che, in Emilia-Romagna, resta piuttosto costante nei numeri. 

Il Coordinamento ha attivato da tempo un monitoraggio sistematico e continuativo dei dati relativi alle donne accolte e ospitate dai 14 centri che lo compongono. I dati raccolti dal 01/01/2019 al 31/10/2019 attestano la presenza di un aumento costante delle donne accolte che subiscono violenza e delle donne ospitate. 

Nel corso del 2019 le donne che si sono rivolte a un centro antiviolenza del Coordinamento sono state complessivamente 3785, nel 92% dei casi si tratta di donne che hanno subito violenza, in totale 3485. Fra di esse, coloro che l’hanno fatto per la prima volta nel corso di quest’anno sono state 2597. Nel 35% (885 donne) dei casi si tratta di donne che provengono da altri paesi. Nel 75% dei casi sono donne con figli/e, per lo più di minore età. L’autore delle violenze di gran lunga prevalente è infatti il partner o l’ex partner (marito, compagno, fidanzato, amante). I figli/e delle donne accolte sono complessivamente 3240, almeno 1 bambino/a su 2 (il 51%) è vittima di violenza diretta o assistita.  

Le donne ospitate al 31 ottobre 2019 sono state 265 i figli/e 293, in totale quindi 558 donne e minori che sono rimasti nelle strutture residenziali gestite dai centri per un numero complessivo di 48.600 notti, in media 87 notti per donna o minore. 

Come già sottolineato sopra, le donne che chiedono aiuto sono aumentate. Rispetto all’anno precedente, il 2018, l’aumento delle nuove donne accolte che hanno subito violenza è del 5%. Se consideriamo tuttavia il quinquennio dal 2014 al 2019, l’aumento tanto delle donne accolte quanto delle donne ospitate tocca i 30 punti percentuali. Nel 2015 le donne nuove accolte erano state infatti 1999 (+ 598, pari a + 30%); le donne e i minori ospitati 355 (+ 203, pari a + 57%). Un risultato importante, che denota la maggiore attivazione delle donne e la capacità dei centri di rispondere ai bisogni che esprimono sia in termini di ospitalità che di accoglienza.

Coordinamento dei Centri Antiviolenza dell’Emilia-Romagna

Referente per la stampa:

Angela Romanin

Presidente del Coordinamento dei centri

antiviolenza dell’Emilia-Romagna

cell. 340 1247013

Di seguito maggiori informazioni sul caso: Resto del Carlino – Rimini Today – Corriere di Bologna – La Repubblica


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